Cansiglio, il bosco che sconfisse la Serenissima. Franco Brevini
Il 1793 fu lanno in cui in Francia morì Goldoni e venne
decapitato Luigi XVI. Nel pigro entroterra veneto le cose tiravano avanti come sempre. E
proprio nel giugno di quellanno lInquisitorato dellArsenal di Venezia
stipulò un contratto con limprenditore Giuseppe Rova di Serravalle per la vendita
in piedi di 220 mila faggi del Bosco del Cansiglio. LHistoria più
clamorosa da una parte, dallaltra la minuta serie dei piccoli fatti di cui si è
intessuta la quotidianità. Spesso, tuttavia, è in questa cronaca minore che si celano
eventi destinati a incidere profondamente nella vita della gente e nellaspetto del
territorio.
È con
questa consapevolezza, largamente penetrata nella storiografia degli ultimi decenni, che
occorre rivolgersi a una vicenda occorsa sullaltipiano del Cansiglio tra Napoleone e
lAustria e riportata alla luce dopo lunghe ricerche da Antonio Lazzarini, un
veneziano che insegna Storia contemporanea alluniversità di Padova. Specialista di
Settecento veneto, Lazzarini è venuto di recente orientando i suoi interessi di
ricercatore attento agli aspetti economici, sociali e demografici verso la storia
dellambiente. E un frutto recente in tal senso è il volume da lui curato lo scorso
anno: Disboscamento montano e politiche territoriali. Alpi e Appennini dal Settecento al
Duemila.
Ho citato questo testo perché la vicenda al
centro del nuovo volume appena uscito dalleditore Dario De Bastiani di Treviso,
Patrizi, ussari, alberanti. Il bosco del Cansiglio fra Venezia, Napoleone e lAustria
(115 pagine, 11 euro), riguarda la politica della Serenissima in materia di foreste. In
verità il Cansiglio non solo era la più vasta sella veneta, ma rivestiva anche un valore
strategico, in quanto già dal XVI secolo era il bosco da reme, cioè la
riserva di legname alla quale la potente flotta della Serenissima ricavava alberi e remi.
Il volume di Lazzarini ruota intorno a quello
che, prendendo a prestito il fortunato titolo di Carlo Cassola, potremmo chiamare un
taglio del bosco. Un episodio scarsamente rilevante, se, oltre alle sorti di
un grandioso bene naturale, in gioco non vi fossero molte questioni cruciali: il nuovo
interesse verso lagronomia e la selvicoltura promosso dallilluminismo
settecentesco; le riforme promosse dal governo aristocratico: la difficile congiuntura
economica del Veneto alla fine del secolo. Se la Serenissima si interessa di boschi è
solo per ragioni militari. Nel 1782 istituisce lInquisitorio allArsenal
incaricato di rilanciare la cantieristica veneziana, necessario supporto alle campagne
contro gli stati barbareschi. Fra i compiti del nuovo magistrato figura un più savio
governo dei boschi, che alla costruzione delle navi fornivano la materia prima. Ma nella
riforma boschiva il Cansiglio acquista un ruolo decisivo rispetto ad altre foreste per la
sua accessibilità e per la vicinanza a Venezia.
Eppure quel suo prezioso zoiello
restava in gran parte sottoutilizzato, oltre che sottoposto a una manutenzione e a una
sorveglianza insufficienti. Intanto il modificarsi della flotta, il minor corso ai remi
provenienti dai faggi e la necessità invece di disporre di alberi e antenne per una
marineria che puntava sempre di più sulla vela, facevano sì che lArsenale
manifestasse un crescente interesse per le piante resinose. Di qui il progetto di
spiantare i faggi per sostituirvi gli abeti. Fra laltro questa vicenda smentisce un
luogo comune quale il buon governo della Serenissima sui suoi boschi, quasi che Venezia
fosse stata antesignana della moderna selvicoltura naturale. Al contrario,
come sottolinea energicamente Lazzarini, la riforma boschiva denota un atteggiamento
artificiale, che equipara il bosco al campo agricolo.
Intanto per fortuna i lavori del Rova procedono
a rilento e un anno dopo il Reggimento dellArsenal invia al Senato un lungo
documento in cui denunzia limprenditore di inadempienza contrattuale. La Repubblica
decide allora di rescindere il contratto. Sul luogo viene spedito uno dei tre Inquisitori,
il conte Odoardo Collato, che dovrà verificare di persona perché il progetto che avrebbe
dovuto radicalmente modificare la fisionomia del Cansiglio è fallito.
Il poveruomo, ignaro di sentieri, boschi e
montagne, scarpina per mesi lungo i sentieri dellAlpago, desideroso di controllare
lo stato delle cose sulla faccia stessa dei luoghi. Poi si siede a tavolino e
butta giù una Relazione, che Lazzarini riproduce nella seconda parte del libro. È un
documento scrupoloso, che tutto registra, denuncia, elenca, giudica, con una curiosità
davvero enciclopedica per lavorazioni, tecniche, soluzioni adottate, rischi e impedimenti.
Fra gli aspetti più interessanti la situazione che il Rova avrebbe disposto
dellantico uso delle resine, vale a dire delle strade formate di piante
recise con una stua. Si tratta di una specie di diga che, una volta
riempita di legname, viene aperta in modo che limpeto delle acque trasporti tutto a
valle, in questo caso nel Lago di Santa Croce.
Il problema fondamentale del Collato è alla
fine quello di sgomberare il legname sparso ovunque prima che marcisca. A tal fine assume
operai, restaura la stua, pianifica nuovi interventi di taglio; ma allinizio di
giugno del 1796 il nobile veneziano viene improvvisamente richiamato per urgenti
affari di Stato. In realtà il Senato è diviso e le casse non sono in grado di
affrontare una spesa tanto elevata. Il riformismo veneziano fallisce ancora una volta per
linsufficienza dei capi stanziati. Risultato: mezzo migliaio di poveracci che hanno
lavorato per tre mesi non riceveranno un soldo e le piante, in piedi o abbattute,
rimarranno dove sono. Nel maggio 1797, quando la Repubblica cessa di esistere, il progetto
del Cansiglio è già abortito. Fortunatamente le difficoltà di accesso e la vastità del
bosco impediranno che venga danneggiato dalle armate rivoluzionarie. Sotto lAustria
la gestione sarà più oculata, ma anche cauta e poco propensa alle scelte radicali.
Alla fine il fallimento delle varie politiche boschive si è
rilevato provvidenziale. I 5800 ettari del Cansiglio hanno resistito a tutti: patrizi
veneziani, ussari francesi, alberanti bellunesi e trevigiani. E i faggi
inutili sono ancora lassù.
Pubblicato
sul Corriere del Veneto del 27 giugno 2003