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Benvenuti nel Parco che non c'è....
PENSAVAMO SI REALIZZASSE IL NOSTRO SOGNO……….
Circa 30 anni fa abbiamo iniziato ad interessarci all’agricoltura del Cansiglio,in quel periodo qualche azienda aveva iniziato a fermarsi con il bestiame anche durante i mesi invernali grazie alla scelta coraggiosa effettuata negli anni precedenti dal Corpo Forestale dello Stato che allora gestiva l’area costruendo stalle,abitazioni per i malgari e caseificio. L’area aveva grandi potenzialità : oltre 500 ha di prato-pascolo a 1000 m di quota facilmente accessibile in tutte le stagioni, di grande pregio naturalistico e di proprietà pubblica (prima Stato e poi Regioni) nonché conosciuta ovunque per la sua enorme valenza ambientale. Ma aveva anche dei limiti non piccoli: le stalle,caseificio ed abitazioni erano tutte da ristrutturare,inverni particolarmente rigidi,pochissime famiglie residenti nel territorio ed era particolarmente delicata dal punto di vista ambientale. Pur tuttavia noi pensavamo si realizzasse un sogno : un’agricoltura economicamente valida,compatibile con il territorio che la ospitava,esempio per tutta la Regione Veneto e non solo. Sognavamo una Piana del Cansiglio in cui le ristrutturazioni delle case,delle stalle e delle altre strutture avvenissero secondo un disegno coordinato curando sì la funzionalità, l’economicità delle aziende ed il benessere animale ma anche con grande rispetto del territorio. Sognavamo che le vacche allevate in tale ambiente andassero al pascolo diversi mesi all’anno e producessero forse un po’ meno latte ma di grande qualità pieno di profumi che poi il caseificio avrebbe o confezionato come latte fresco o trasformato in formaggi unici e di grande pregio. Sognavamo che per tutto questo gli agricoltori pur producendo un po’ meno avrebbero ricevuto un compenso più elevato che li avrebbe remunerati del loro lavoro e dei loro sacrifici. Sognavamo che questa agricoltura modello diventasse una vetrina meta di visite di scolaresche,di altri agricoltori e turisti; il tutto orgoglio dei produttori,degli abitanti del Cansiglio e della Regione Veneto. Era possibile realizzare questo poiché la Regione Veneto prima tramite l’Azienda Regionale Foreste poi con Veneto Agricoltura essendo proprietaria di stalle,caseificio,case e terreni poteva orientare il tutto secondo un disegno omogeneo e coordinato. Ciò era favorito anche dalla scelta effettuata già allora dal caseificio del Cansiglio di produrre con metodo biologico. Ma il nostro sogno non è diventato realtà. Veneto Agricoltura,i cui Amministratori poco esperti di agricoltura ma molto impegnati ad utilizzare la struttura (una volta si diceva baraccone) come trampolino di lancio per future carriere politiche non ha esercitato alcun ruolo guida. I contratti con chi usa le aziende agricole prevedono l’obbligo di conferire il latte al caseificio locale: ci risulta che il latte prenda la strada di tre latterie diverse e lontane senza che nessuno sollevi alcun problema. Gli agricoltori hanno ristrutturato le stalle ognuno con proprio progetto e addossandosi le onerose spese per le ristrutturazioni. Il risultato è ,stato uno spreco di territorio e nessuna omogeneità urbanistica in un’area che aveva tutte le potenzialità per essere un gioiello unico. Gli alti costi sopportati dagli agricoltori per le ristrutturazioni hanno spinto i produttori verso razze più produttive ma più delicate cadendo nel solito tranello: produco sempre di più per ridurre i miei costi unitari. Gli agricoltori non si rendono conto che con questa equazione hanno sempre perso: oggi ,in tutta Europa il latte viene pagato alla stalla meno di 20 anni fa. Invitiamo i nostri lettori a recarsi in Cansiglio e contare le vacche in lattazione (quelle con la mammella grossa gonfia di latte) sono al pascolo rientrando in stalla al mattino presto ed al pomeriggio solo per la mungitura. Se le vacche del Cansiglio vedessero i pascoli e l’erba verde solo dalla finestra, o durante le riprese televisive dobbiamo purtroppo dire che no....il nostro sogno non si è proprio avverato!
Caseificio del Cansiglio "biologico": VERGONATEVI! Distrutti in un solo colpo trenta anni di lavoro e di impegno per l'agricoltura del Cansiglio.
(Il Gazzettino di giovedì 15 Luglio 2010) BELLUNO - (re.fe.) La mozzarella diventa blu e così intervengono i carabinieri. Questa volta il "colorato" formaggio è stato acquistato in un negozio di Arsiè. La famiglia che aveva comperato il prodotto, pregustando una buona caprese, al momento di aprire il sacchetto ha trovato però la spiacevole sorpresa. La mozzarella, prodotta seguendo i più rigorosi dettami biologici dal Centro caseario dell’altipiano Tambre, Spert, Cansiglio con sede a Tambre, presentava vistose macchie blu. «Quando ci siamo accorti dello strano colore - racconta uno dei componenti la famiglia - abbiamo portato il formaggio dai carabinieri dove poi abbiamo presentato una denuncia». I militari feltrini hanno quindi consegnato le "prove" ai colleghi del Nucleo antisofisticazioni di Treviso. Gli uomini del Nas hanno avviato quindi una serie di accertamenti in tutti i supermercati e negozi nei cui banchi frigo fossero esposti i prodotti della società Cansiglio. I campioni della mozzarella "incriminata" sono stati inviati all’Istituto zooprofilattico di Padova che provvederà ad analizzare il prodotto. Uno studio puntuale per capire quale agente abbia provocato le macchie blu sul formaggio e se, soprattutto, il colore sia pericoloso per la salute. Su indicazione del Nucleo antisofisticazioni di Treviso, il caseificio bellunese ha ritirato dal mercato sia bellunese che trevigiano l’intera partita delle mozzarelle. I militari dei Nas hanno controllato puntualmente i laboratori di Tambre raccogliendo campioni e ripercorrendo l’intera filiera produttiva. Dalla stalla al banco frigo del supermercato. Si tratta di capire, hanno spiegato i militari trevigiani, cosa abbia provocato la mutazione di colore e dove le mozzarelle siano in realtà venute in contato con l’agente mutante. Sotto la lente degli inquirenti c’è anche, infatti, il periodo che va dall’acquisto in negozio alla tavola. Un cattivo mantenimento del prodotto in casa potrebbe ad esempio aver portato al deterioramento.
Il 16 aprile 2010 alle 16:44 ora locale (18.44 UTC) il Cansiglio ha brontolato facendosi sentire con un terremoto di Magnitudo 3.2 avvenuto a circa 3 km di profondità. E’ stato percepito dalla popolazione oltre che dagli strumenti preposti. E’ proprio a partire da questi livelli di energia che l’uomo sente i tremori. Il 7 marzo 2010 la Valcellina ha tremato con 3.4 di Magnitudo a Barcis senza suscitare clamori come invece è accaduto per questo del Cansiglio. E’ sbagliato creare allarmismi scrivendo sui giornali, come si è letto sul Corriere Alpi, che il recente sisma di Magnitudo 3.2 è stato forte: in termini energetici non lo è. Il caso va ridimensionato e confrontato con altri eventi. Quello del ’76 in Friuli (M=5.8 e 6.2), o quello di Haiti (M=7) o del Cile (M=8.8) recenti sono realmente forti. Il fatto che piccoli eventi come questo siano percepiti localmente non implica che siano di forte intensità. Terremoti ce ne sono ogni giorno, soprattutto di piccola entità che noi non avvertiamo. Sembra quasi inutile ribadire i soliti concetti, e cioè che il Cansiglio è considerato a medio-alto rischio sismico ed è stato oggetto nel 1936 di uno dei due terremoti più forti del secolo scorso (M=5.8). Se andiamo più indietro nel tempo l’Alpago, nel 1873, è stato sconvolto da un sisma ancora più forte (M=6.3). I sismi avvengono nelle radici della montagna poiché è posizionata nello spazio in modo particolare e tale da consentire accumuli di energia, di conseguenza sono possibili nel tempo anche liberazioni di questa. Secondo recenti studi si stima che quello del 1936 sia avvenuto a 15 km di profondità. I motivi di tali eventi non risiedono nel fatto che il Cansiglio è un’area carsica come la credenza popolare suggerisce. Il fenomeno del carsismo, infatti, riguarda prioritariamente la parte emersa della montagna o qualche centinaio di metri sotto la superficie. E’ ancora da verificare quanto la falda carsica possa influire o meno sull’accumulo di energia. I terremoti infatti avvengono anche dove non ci sono sistemi carsici. E allora? I motivi sono da ricondursi ai movimenti dei continenti, quindi alla tettonica del Pianeta. Nel caso del Nord - Est dell’Italia la placca Africana continua la sua inesorabile spinta sulla placca Euroasiatica strizzando la piccola placca Adria che sta in mezzo a loro: questa consiste in una porzione di crosta e mantello che corrisponde circa al Mar Adriatico e che, soggetta a grandi forze di compressione, si sta incuneando sotto le Alpi. Questo movimento si traduce in liberazioni di energia tramite terremoti. L’Italia è provvista di una fitta rete di monitoraggio da parte di diversi Enti o gruppi sia a livello professionale che amatoriale. Nonostante ciò non è possibile prevedere il momento del sisma, è possibile solo intuire dove si sta accumulando energia e seguire il movimento delle masse rocciose e, una volta successo l’evento, cercare di caratterizzarlo. L’illustrazione che segue (Fig.1) mostra il sismogramma dell’evento del Cansiglio registrato a 1,3 km in direzione Puos - Farra d’Alpago dalla stazione sismografica posizionata nel Comando Stazione Forestale di Piancansiglio, che rientra nella rete della FESN, Friuli Experimental Seismic Network (www.fesn.org). Il terremoto non è stato preceduto né seguito da altre scosse (Fig.2). I primi picchi sono le onde P, cioè le prime che arrivano, seguite dalle onde S, onde seconde appunto perché seguono le prime. I tremori che proseguono nel tracciato sono le onde di superficie, quelle che corrono sulla superficie della Terra. E cosa significa questo? Che il Cansiglio si muove come tutte le montagne della fascia prealpina e alpina ed è importante che ogni tanto lo faccia.  Fig. ! - Sismogramma del terremoto del 16 aprile 2010 registrato della stazione sismica FESN in Comando Forestale di Piancansiglio a 1,3 km in direzione Puos - Farra d’Alpago.  Fig. 2 - Registrazione giornaliera della stazione sismica FESN in Comando Forestale di Piancansiglio a 1,3 km in direzione Puos - Farra d’Alpago. E’ evidente in giallo il tremore causato dall’evento del 16 aprile alle 18.44. Il resto sono rumori di fondo. Alla domanda “cosa fare in caso di terremoto?” si risponde:” Ogni Comune ha un suo piano di protezione civile ed è opportuno conoscerne i contenuti, sapere come comportarsi in caso di evento, ma questa azione va fatta a prescindere dal terremoto, è una questione di presa di coscienza e consapevolezza del territorio in cui viviamo”. Dott. Barbara Grillo Protezione Civile del FVG - Squadra di Pozzuolo del Friuli- www.fesn.org, www.protezionecivile.fvg.it Università degli Studi di Trieste, Geodinamica e Geodesia, Via Weiss, 1 Trieste; www.geoscienze.units.it
Dopo nutrie e volpi, che stanno letteralmente assediando la Marca, ora è il turno di gheppi, falchi pellegrini e in un futuro quantomai prossimo, di lupi che potrebbero raggiungere il bosco del Cansiglio. Lo afferma il naturalista trevigiano Francesco Mezzavilla.
I piccioni sono le prede predilette: sotto i cornicioni, nelle piazze, sopra i tetti, se ne trovano tantissimi. Per cacciatori esperti non è difficile stanarli. Poi ci sono i topi: anche quelli, purtroppo, in abbondanza. Infine la qualità dell'ambiente: buona. Insomma le condizioni ci sono tutte e così anche a Treviso, al pari di altre città italiane, sono comparsi alcuni predatori «pregiati» come i falchi. «Sopra San Nicolò ha costruito il proprio nido un gheppio -rivela Francesco Mezzavilla, naturalista trevigiano, punto di riferimento per tutti i ricercatori della Marca e presidente della Società Trevigiana di scienze naturali- un rapace diurno, che preda piccoli roditori o piccioni. È un grande indicatore ambientale. Ma in città, in centro storico, gira anche un falco pellegrino. Non è una novità vederlo in un centro urbano. Una coppia, ad esempio, nidifica in piazza San Marco a Venezia. Anche la sua presenza è un fatto molto positivo». Il falco pellegrino, il gheppio: Treviso, nonostante tutto, si ritrova alle prese con una biodiversità inaspettata. «Stiamo pensando a un progetto per piazzare delle casette - nido sopra i campanili della città -rivela Mezzavilla- Il falco pellegrino è un eccellente strumento per una lotta biologica e naturale contro i piccioni». Il conto delle specie che vivono a Treviso e nel resto della provincia non è semplice da fare. Negli ultimi anni però l’arrivo di alcune presenze non autoctone, ha creato qualche guaio. «In provincia alcune specie hanno avuto un'esplosione demografica: nutrie, piccioni e volpi, che ormai si trovano anche alle porte della città». Inoltre la mancanza di competitori le aiuta: «Ci sono specie aliene che si sono trasformate in un problema -continua Mezzavilla- perché non hanno rivali diretti. Penso alle nutrie, al gambero della Luisiana che un tempo veniva allevato per la gastronomia, ma poi è stato liberato. Ora prolifera nel Sile cibandosi di piante acquatiche. Sempre nel Sile c'è un aumento di tartarughe dalla guancia rossa. Sono belle, grandi, ma non c'entrano niente col nostro ecosistema. Come sono state introdotte? E chi lo sa. È sufficiente che qualcuno ne compri una e poi l'abbandoni perché diventata troppo grande. E dove liberarla se non nel Parco del Sile? Però è entrata in competizione con la nostra testuggine che sta scomparendo». Quando si parla di emergenze, Mezzavilla non ha difficoltà a indicare la principale di questo periodo: «Le nutrie. Sarebbero da debellare in quanto creano danni all'ecosistema. La nutria rompe i nidi lungo le sponde dei corsi d'acqua, si ciba di erbe acquatiche. Un problema perché i fiumi e i corsi d'acqua, senza queste erbe, faticano ad autodepurarsi. La Provincia già da un anno ha del personale incaricato per il loro abbattimento attraverso la cattura di alcuni esemplari e l'eutanasia. Potrebbe essere un sistema utile se fosse capillare. Ma non è facile. Lo stato di salute del Sile? In alcuni tratti, a valle di Treviso, c'è maggiore sofferenza. I depuratori faticano a reggere l'urto di duecentomila persone, ovvero gli abitanti della città e dei comuni vicini. Il fiume, come si dice, è sotto stress». Un'altra emergenza è nell'area pedemontana: il cinghiale: «Sono in soprannumero e ormai sono arrivati fino al Montello». Il vero gioiello ambientale della Marca è però la foresta del Cansiglio: «Una zona che ha varie problematiche. Negli ultimi vent'anni i turisti sono aumentati penetrando anche nelle zone più recondite. Nel Cansiglo poi c'è un problema legato ai cervi. La loro popolazione è elevata, circa 1500 esemplari. Non ci sono predatori. In passato è stata vista la lince, ogni tanto compare l'orso anche se le ultime tracce scoperte a Revine mi lasciano qualche dubbio. Poi basta». In futuro però potrebbero esserci delle sorprese: «Non manca tanto che arrivi anche il lupo dal Friuli o dalla Lombardia. Lo spazio c'è e se arriverà anche la popolazione dei cervi sarà più equilibrata. Per l'uomo non sarà un problema».
articolo tratto da www.gazzettino.it
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