cansiglio.it

Sei qui: Home | Agenzia | Cultura | Thoreau, la natura e l’uomo

News: Cultura e ricerca

Thoreau, la natura e l’uomo

“La Natura non rivolge domande né risponde a quelle che noi mortali le rivolgiamo. La sua decisione ella l’ha presa da molto tempo.”[1]

Il 12 luglio 1817 nasceva Henry David Thoreau, poeta, filosofo e naturalista. Spirito eccentrico, per interessi ed attività, Thoreau ha posto al centro del suo interesse il rapporto tra l’uomo e la natura in un momento in cui cominciavano a manifestarsi i sempre più incombenti effetti dell’industrializzazione, della progressiva distruzione della natura, quale risorsa economica vocata al consumo. Camminatore, nel suo vagabondare nei dintorni di Concorde, viaggiatore, nelle spedizioni organizzate nei boschi del Maine, Thoreau osserva ed è testimone di un contraddittorio rapporto con la natura, tanto quella addomesticata, quanto, per quel che ne rimane, di quella selvaggia. E’ al difficile rapporto tra una naturalità, già molto addomesticata, e le spinte ad un’ulteriore sottomissione allo sfruttamento consumistico, che guardiamo anche qui, alla foresta del Cansiglio, luogo in cui poter preservare una Natura quanto più “padrona” del proprio “essere” e “destino”. Pur nella diversità dei tempi e del contesto vissuto, riconosciamo in Thoreau l’attualità e l’interesse di un pensiero e di una pratica che indirizza verso uno stile di vita che si accosta alla natura e da essa trae insegnamento. Condividiamo poi, quale auspicio per il divenire, l’orientamento di questa affermazione attribuitagli: “Ogni città deve avere un parco, o piuttosto una foresta primitiva di 500 o mille acri, dove un bastone non deve mai essere tagliato per il carburante, un possesso comune per sempre, per istruzione e ricreazione"[2]. La Natura è al centro anche della riflessione contenuta nel brano qui sotto riportato, tratto da un’opera del pensatore americano.

“Forse realizzai pienamente che questa era la primitiva, non addomesticata e mai addomesticabile Natura, o in qualsiasi altro modo gli uomini la chiamino, mentre scendevo questo tratto della montagna. Stavamo attraversando le “Terre Bruciate”, bruciate dai fulmini, forse, sebbene non fossero evidenti recenti segni del fuoco, nemmeno un ceppo bruciato; sembrava piuttosto un pascolo naturale per gli alci e i cervi, estremamente selvaggio e desolato, con sporadiche tracce di legname che lo attraversavano, bassi pioppi che spuntavano e chiazze di cespugli di mirtilli qua e là. Io mi ritrovai ad attraversarle familiarmente, come qualche pascolo rovinato, o parzialmente bonificato dall’uomo; ma quando mi fermai a pensare a quale uomo, quale fratello o sorella o parente della nostra razza lo avesse fatto e rivendicato, mi aspettai di vedere il proprietario spuntare e contestare il mio passaggio. È difficile immaginare una regione non abitata dall’uomo. Abitualmente presupponiamo la sua presenza ovunque. Eppure non abbiamo visto la Natura pura, a  meno che non l’abbiamo vista così vasta, terrificante e inumana, sebbene in mezzo alla città. Qui la Natura era qualcosa di selvaggio e terribile, anche se meraviglioso. Guardai con soggezione il terreno che stavo calpestando, per vedere che cosa i Poteri avevano fatto qui, la forma, la maniera e il materiale del loro lavoro. Questa era quella Terra di cui avevano sentito parlare, creata da Caos e dalla Vetusta Notte. ( Paradiso Perduto, libro I vv. 701-706) Qui non c’erano giardini di uomini, ma il mondo antecedente il tocco dell’uomo. Non era prato, né pascolo, né erbaio, né bosco, né terreno coltivabile, né terreno sterile. Era la fresca e naturale superficie del pianeta Terra, come era stata fatta per i secoli dei secoli, per essere la dimora degli uomini, si dice, così la Natura l’ha fatta, e l’uomo può usufruirne se riesce. Non era previsto che l’uomo dovesse associarsi ad essa. Non era la Madre Terra dell’uomo di cui avevamo sentito parlare, fatta per essere calpestata o per esserci seppelliti: no, sarebbe stato un eccesso di confidenza anche permettere alle sue ossa di giacere lì; no, era Materia, vasta , tremenda, questa, la casa  della Necessità e del Fato. Si sentiva lì la presenza di una forza non orientata a essere gentile con gli uomini. Era un luogo per riti pagani e superstiziosi, adatto per essere abitato da uomini parenti più stretti delle rocce e degli animali selvaggi di noi. Ci camminammo sopra con una certa soggezione, fermandoci, di tanto in tanto, per prendere i mirtilli che crescevano là e che avevano un gusto forte e aromatico. Forse dove si trovano i nostri pini selvaggi, dove le foglie giacciono al suolo della loro foresta, nel Concord, un tempo ci sono stati mietitori e dei coltivatori hanno piantato il grano; ma qui nemmeno la superficie era stata sfregiata dall’uomo, ma era un campione di ciò che Dio considerò adatto a costruire questo mondo. Che cosa importa entrare in un museo e vedere una miriade di cose particolari, in confronto alla possibilità di vedere la superficie di una stella o la materia pura nel suo ambiente naturale! Io provavo timore reverenziale del mio corpo; questa materia alla quale sono legato mi era diventata così estranea. Io non ho paura degli spiriti, dei fantasmi, io sono uno di loro; questa paura potrebbe averla il mio corpo; io invece ho paura dei corpi, tremo all’idea di incontrali. Cos’è questo Titano che mi possiede? Racconti di misteri! Pensa alla nostra vita in natura: quotidianamente la materia ci si manifesta, entriamo in contatto con essa: pietre, alberi, vento sulle nostre guance! La solida terra! Il mondo reale! Il senso comune! Contatto! Contatto! Chi siamo? Dove siamo?”[3]

[1]  Walden o Vita nei boschi, Milano, 1995, pag. 260
[2]  Walden.org
[3]  I boschi del Maine – Ktaadn, Milano, 2010, pagg. 169-171

Newsletter

Per ricevere il Bollettino del Cansiglio (email) iscriviti alla newsletter
Sei qui: Home | Agenzia | Cultura | Thoreau, la natura e l’uomo

 

  Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti. Proseguendo la navigazione acconsenti all’uso dei cookie. Informazioni >Cookie Policy>OK