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Cos'è un bosco

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Chi percorre sentieri, si inoltra nella foresta del Cansiglio, dopo Vaia, ma anche la perturbazione verificatisi nella primavera 2019, si imbatte in zone quasi impraticabili dai numerosi schianti. Un bosco quasi  irriconoscibile, dove la consolidata gestione forestale aveva determinato un ambiente forestale spesso costituito da omogenee, coetanee specie arboree. Questa realtà vegetazionale si era certo venuta a determinare in conseguenza di una plurisecolare pratica di tagli selettivi funzionali a gestioni diverse di un bosco vincolato. Si pensi ai prelievi dei faggi effettuati dalla Serenissima ad uso dell’Arsenale, ma anche alla gestione della risorsa forestale venutasi applicando successivamente sia sotto il dominio “austriaco” sia da parte dello Stato italiano allorché il Cansiglio venne dichiarato Foresta Nazionale. Un bosco, quello del Cansiglio, descritto, immortalato, entrato nell’immaginario collettivo come un bosco “pulito”, lasciato evolvere allo stato naturale solo in esigue e/o marginali Riserve integrali. Ma un bosco “pulito”, un bosco “ordinato” è un “vero” bosco? Cosa ha perduto un bosco assoggettato ad una coltivazione così pervasiva? Cosa lo distingue da un pioppeto di pianura? Vien da dire solo la sua vastità, la sua varietà di pendii, non di certo le modalità tecnologiche di sfruttamento, le strade di accesso e di utilizzo, sempre di nuove e agevoli per mezzi sempre più “performanti” e devastanti. Una educazione ambientale che sottolinei l’importanza naturalistica della foresta del Cansiglio è oltremodo necessaria, le “valorizzazioni” fin qui proposte ed immaginate per il futuro non lo hanno fatto, non lo fanno di certo. L’indubbia, elevata valenza della complessiva biodiversità di questo territorio è per lo più compressa da consumistiche logiche turistico-ambientali e pratiche di prelievo legnoso improntate allo sfruttamento economico. In un Paese nel quale la pressione antropica si fa sempre più pervasiva, il destino di un così importante bene naturale merita una riflessione, scelte innovative e coraggiose. Per una riflessione su cos’è, come dovrebbe essere un bosco proponiamo la lettura di questo intervento di Mara LoretiGeologa e naturalista, pubblicato su gualdonews.it il 31 maggio 2019

I boschi "puliti" sono boschi poveri

Tutto quello che viene considerato “disordine e sporco” nei discorsi relativi al bosco è invece vita, biodiversità, equilibrio e protezione del suolo. Eppure un bosco privo di arbusti, fronde e legni lasciati sul terreno, un bosco diradato troppo, un bosco “aperto”, costituisce un disastro ambientale in fieri. Coloro che parlano di ‘boschi non puliti’ (sporchi?) non si riferiscono a lattine, bottiglie e sacchetti di plastica, pacchetti di sigarette, bossoli e altre schifezze. Si riferiscono ad alberi vivi e morti, arbusti, fronde e legni depositati sul terreno. La cosa più tragica è che molti di loro ritengono che un bosco ‘ben curato’ sia quello ridotto più o meno come un parco cittadino, cioè col terreno nudo e pochi alberi distanziati. Il bosco ‘pulito’ vuol dire un bosco, ripetutamente sottoposto a ceduazione, un bosco diradato troppo, popolato da precari fuscelli, invaso da rovi e robinie. Un bosco così ‘pulito’ è un disastro ambientale in essere e in fieri per molti motivi, tanto più oggi, con l’aumento delle temperature, le estati torride e siccitose, le piogge concentrate e torrenziali. Perché? Perché un terreno, come sanno tutti i naturalisti e i contadini biologici, per sopravvivere deve essere sempre ‘coperto’: la terra nuda muore e viene erosa. Coperto dunque di foglie e di erba o di arbusti e alberi o, quantomeno, dalle loro chiome imponenti, da ciò che muore e rimane in posto. Il che vuol dire: se si vogliono lasciare pochi alberi, devono essere talmente grandi e vetusti da coprire con le loro fronde tutto il terreno sottostante. Deduzione: non si può tagliarli ogni venti anni e lasciare solo esili piantine su tanti metri quadri di ripida collina, come consentono oggi alcune leggi regionali, e poi dare la colpa ai “boschi non puliti” quando arriva l’alluvione. In un bosco ‘pulito’ secondo il concetto dei cultori dell’innaturalità, cioè con esili alberini molto distanziati, niente sottobosco e niente frasche e legno marcio sul terreno, al massimo crescerà l’erba in primavera, per seccare impietosamente in estate, esposta ai quaranta gradi all’ombra che sono ormai la norma, senza creare humus e lasciando il terreno esposto e indifeso, conseguenza di una variazione microclimatica: il sole estivo lo calcinerà, le piogge autunnali in presenza di un minimo pendio se lo trascineranno giù nell’alveo dei fiumi, con il prezioso carbonio. Tutto quello che viene considerato “disordine e sporco” in certi discorsi è invece il “bosco vero”, vita, biodiversità, equilibrio e protezione del suolo; l’ambiente in cui crescono spore, licheni e funghi che nutrono e fertilizzano, nonché il rifugio e il nutrimento per ogni tipo di vita, dai batteri agli uccelli, dai carnivori agli ungulati. Il Bosco non è “Vuoto”, non è solo alberi, è ricco di fauna, è la CASA di tanti.
Ho letto di agronomi e forestali sostenere cose da far accapponare la pelle: chi accusava delle alluvioni l’abbandono dei campi coltivati, chi la presenza del sottobosco, chi la vegetazione ripariale. Il concetto di tutela dei boschi non è questo. Questa è la cultura che abbiamo in Italia: una visione esclusivamente antropocentrica ed economica delle questioni ambientali. Il resto del mondo ha capito da quasi quarant’anni che si tratta di una visione fallimentare. Chissà da noi quanti altri disastri ambientali dovremo subire e combattere, ancora prima che si dia voce a chi di conservazione e tutela dell’ambiente ne capisce davvero.
Oggi si sta partendo all’assalto dei boschi, quei boschi che si sono estesi per l’abbandono dei terreni agricoli, ma ancora boschi poveri di sostanza organica. Ora li vogliono azzerare a sterili boschi cedui, da sfruttare fino all’osso. In realtà sono le grandi aziende della filiera del legno che stanno cercando di essere autorizzate a mettere le mani anche sui boschi.
Anziché una saggia politica del lasciare fare alla natura, affinché i boschi si trasformino in foreste d’alto fusto, si vogliono ritrasformare i cedui ed i cedui invecchiati, che stanno divenendo alto fusto per processo naturale, in cedui semplici, che è come dire il deserto: “boschi di stuzzicadenti”.
Per non dire del consentire la realizzazione di piste e strade ovunque per facilitarne l’esbosco: come se non si costruissero già troppe strade in montagna! Si dice che si vuole controllare il degrado del territorio, impedire frane e smottamenti, che invece saranno facilitati proprio dall’eccessiva apertura di piste e strade senza controllo. Un tempo, quando si voleva tagliare un bosco o aprire una strada, bisognava chiedere il permesso fare un’analisi del bosco e del territorio e della sua geologia prima di dare l’ok al taglio, consigliando anche dove e come tagliare e come e fin dove realizzare strade, proprio per impedire frame e smottamenti. Il loro sfruttamento (tagli e strade) li rende insicuri e fragili! Chi gestiste deve controllare e seguire attentamente tutta la progettazione e le fasi cantieristiche.
Si ricorda che in piena crisi del riscaldamento climatico e conseguente crisi idrica, occorre sapere che un grande bosco con alberi di oltre 60 anni assorbe nelle falde acquifere una quantità tripla rispetto ad un misero bosco ceduo.
Il Documento che prova riguardo l’intoccabilità si chiama Evoluzione Darwiniana, l’unica legge e lingua che conosce la Natura, mentre quella umana è solo pura imposizione presuntuosa ed errata. L’essere umano è comparso 2/3 milioni di anni fa, pota e abbatte da 2000 anni, le foreste esistono da 300/400 milioni di anni.
Le autopotature degli alberi, le cadute in base all’età, o malattie in un bosco, sono processi spontanei ed evolutivi che non hanno l’assoluto bisogno del governo umano. La selvicoltura è economia/reddito, né più e né meno della zootecnia per gli animali domestici e da reddito.
Non ha la silvicoltura la capacità né l’intento di migliorare nulla. Perché i boschi si migliorano in funzione della loro ecologia e biologia sistemica, che tiene conto di flora, fauna, funghi, batteri, terreno in Rete interattive dinamiche–evolutive, che non c’azzeccano nulla con l’approvvigionamento di legno e le biomasse assegnate alle ditte. Boschi anche in assenza di attività selvicolturali, evolvono in modo autonomo con caratteri che ne aumentano i servizi ecosistemici associati. Un bosco nasce, cresce, matura, invecchia, si rigenera. “L’errore umano è quello di considerare che il bosco maturo, possa invecchiare e deperire, assumendo, per la misura del tempo che farebbe invecchiare il bosco, il trascorrere della vita dell’uomo” (F. Clauser)