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Ian McEwan e il Pizzoc

"Dal suo rifugio di Londra, immerso nella sua egocentrica routine, non era difficile a Clive pensare alla civiltà come alla somma di tutte le arti, compresi design, cucina, buon vino e consimili. Ora però la realtà gli si mostrava per quello che era: chilometri quadrati di squallidi edifici moderni, il cui scopo essenziale era quello di sostenere antenne televisive e paraboliche; fabbriche nelle quali si produceva ciarpame inutile da reclamizzare in Tv e, su desolate distese, camion pronti al carico e alla distribuzione di quello stesso ciarpame; infine, a perdita d'occhio, soltanto strade e la tirannia del traffico. Lo scenario era quello di un grossolano ricevimento, il mattino dopo. Nessuno l'avrebbe voluto così, ma a nessuno era stato chiesto un parere. Nessuno aveva previsto nè scelto tutto questo, ma la maggior parte era costretta a viverci..... Di quando in quando, ora che il treno acquistava velocità e si allontanava di più da Londra, compariva qualche scorcio di campagna e con essa l'inizio di una bellezza, o per lo meno la sua memoria, finchè, pochi secondi dopo, l'illusione si dissolveva alla vista di un fiume costretto dentro un canale in cemento o di un'improvvisa spianata di coltivazioni senza più un albero nè una siepe, e strade, nuove strade incessanti e spudorate, come se contasse soltanto l'essere altrove. Rispetto al benessere di qualunque altra creatura vivente sulla terra, il progetto umano non era stato solo un fallimento, ma un autentico errore sin dal principio. (Ian McEwan. Amsterdam. Einaudi 1998)

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