Diciotto pecore sbranate nella notte tra il 17 e il 18 agosto sul Pian del Cansiglio. Il giorno prima, un asino ucciso nello stesso altopiano. Le cronache parlano della più grande predazione mai registrata in quest'area, un branco che avrebbe superato le protezioni già presenti. Nelle foto che girano sui social si vede un recinto dove, dicono, alcune pecore sono morte di paura.
Sono passati quattordici anni da quando la presenza del lupo si è consolidata nel territorio veneto. Quattordici anni in cui gli strumenti di prevenzione, recinzioni elettrificate e cani da guardiania, faticano ancora ad essere adottati dagli allevatori e da chi, per hobby, detiene pecore o capre. Non è un problema tecnico, questo. È culturale, e avvelenato da tempo.
A monte di questa fatica c'è una narrazione tossica che per anni ha attecchito secondo cui accettare le misure di prevenzione equivalesse ad accettare il lupo. Un'equazione insana, che ha prodotto una decisione altrettanto deleteria: lasciare allevatori e hobbisti privi di strategie antipredatorie, nella convinzione che solo scelte politiche orientate all'eradicazione della specie potessero risultare vincenti. Difficile dire se sia stata più ingenuità o miopia politica. Quello di cui mi preme mettere in evidenza è che tali scelte politiche ignorano un dato semplice: le misure di prevenzione sono il frutto di quella ruralità tanto sbandierata, ma evidentemente poco conosciuta.
È quella stessa sapienza rurale che, di generazione in generazione, ha selezionato artificialmente una razza di cane, il cane da pecora abruzzese, che da ventiquattro secoli difende in maniera eccelsa pecore e vacche da attacchi da lupo e orso, e da furto di bestiame. Ed è la stessa sapienza pratica, non italiana questa volta ma francese, che ha messo a punto la tecnologia dei recinti elettrici, sperimentata prima contro i cinghiali e poi adattata alla difesa dai lupi.
Recinti elettrici e cani da guardiania sono nati dal lavoro nei pascoli, non da qualche dipartimento universitario. Saperlo non guasterebbe. Esistono, sono disponibili, ma restano per lo più mal utilizzati: c'è ancora chi crede basti inserire un cane in mezzo al gregge perché tutto funzioni da sé, o che esistano recinti "magici" più efficaci di altri per natura propria. Non è così semplice, in un paese così ricco di cultura rurale, ammettere una cosa banale: non esistono recinti che funzionano da soli, né cani robot capaci di sostituire il lavoro dell'uomo. Sono strumenti, e diventano efficaci solo se si sa usarli, dentro un percorso serio fatto di addestramento, gestione quotidiana e manutenzione costante, non come soluzioni acquistate e dimenticate in un angolo del pascolo. Questo, del resto, gli allevatori lo sanno benissimo: è la loro stessa tradizione a ricordarglielo, se solo le si desse ascolto.
C'è chi parla ancora di ingestibilità del cane da pecora abruzzese, e viene da chiedersi se lo abbia mai avuto, un cane. Come qualsiasi altra razza cresce e si modella con il suo conduttore, il cane da pecora abruzzese cresce nel lavoro fianco a fianco con il pastore, ed è proprio questa la sapienza rurale che il mondo intero ci riconosce e ci invidia. Pensare che basti scegliere un cucciolo e aspettarsi che, da solo, si formi quel legame tra cane, pecora e pastore umano forgiato dai nostri pastori in millenni di lavoro comune, è ingenuo, quasi infantile. Ma di quale cultura rurale parliamo, se poi non ne conosciamo nemmeno le basi?
Eppure, se solo la si ascoltasse, quella sapienza avrebbe già tutte le risposte. Ma siamo una specie che, a quanto pare, ha bisogno di farsi male per imparare. Così, dalla triste vicenda di Osso, il cane di Michele Serra che pur sapendo di condividere lo spazio con un branco di lupi ne è diventato il pasto, con le pagine di dolore condivisibile che ne sono seguite, fino alle pecore del Cansiglio di questi giorni, continuiamo ad attendere altri episodi strazianti prima che diventi normale mettere in sicurezza chi convive con noi sul territorio. Esattamente come ci insegna, da secoli, la nostra cultura rurale.
Paola Peresin
Biologa della Conservazione della Natura, esperta di fauna selvatica.