Breve racconto di Roberto Soravia (1853-1881) che narrando il tenero e triste idillio tra l’orfanello Vittore e Tecla, figlia della vedova Maria del villaggio di Vallorch, fa rivivere non solo luoghi e scorci dell’altopiano, ma momenti e quadri delle misere condizioni di vita delle genti che allora vi abitavano.

VITTORE
(BOZZETTO ALPINO)
Di chi fosse figliuolo, né i carbonai, né i boscaiuoli del Cansiglio avrebbero saputo dirlo. Correva voce che suo padre emigrasse in Transilvania e che la madre scendendo carica di una soma di carbone i dirupi di Valsalega, precipitasse in un burrone, di dove non s’era tratto nemmeno il cadavere. Il fatto sta che Maria, la vedova di Paron Anzolo, una sera sull’imbrunire, mentre aiutata dalla sua Tecla stava addossando i tondelli al camino della carbonaia, s’avvide di questo fanciullo, pallido, sporco, scalzo, dai capelli impiastricciati e dalle vesti a brani che stava in piedi sull’orlo del bosco, guardando al loro lavoro. Seppe che aveva fame, che era solo al mondo, e da quel giorno in poi la sua piccola industria ebbe un operaio in più, - il desinare un nuovo commensale.
La prima volta ch’io lo vidi, fu nell’estate del 75. Poteva avere dieci anni allora. Veniva a braccetto con Tecla, per la strada del Palughetto, recando un cestino di fragole. So di aver chiesto loro qualche cosa che più non ricordo, ma senza averne risposta. Vittore serio e quasi indispettito per le mie dimande, si guardava i piedi striati dai pruni e dalle pietre, e Tecla, con un sorriso geniale, che metteva graziosamente in vista le fossette delle sue guance paffutelle, sorrideva timida e sbirciava di sottecchi il compagno. Li regalai di alcuni soldi e, allontanandomi, li scorsi intenti a contare il denaro ricevuto, che poi annodarono in un angolo della pezzuola, per smarrirsi saltando e cantando nel folto dell’abetaia.
Dopo d’allora li ho rivisti sovente; e dico rivisti a bella posta, giacchè quei due s’erano fatti indivisibili tanto, che, per celia, qualcuno li chiamava gli sposi. E infatti, sia che andassero a rubare i nidi di cincallegra sui cózzi, sia che dessero la caccia coi sassi agli scoiattoli, sia che si arrampicassero sui tronchi morti dei faggi in cerca di funghi, lontani più di tre passi l’uno dall’altro non erano mai.
Di Vittore rammento certi fatterelli curiosi.
La sera del cinque agosto, vigilia della festa di san Osvaldo, patrono dei pastori, lo vidi avvicinarsi all’albero della cuccagna ritto e insaponato sul piazzale del palazzo di san Marco per la gara dell’indomani. Una frotta di ragazzi si affaticava di salirvi, ma nessuno arrivava al terzo dell’antenna. Vittore s’era anche lui avvinghiato all’albero, come per provarcisi; ma dopo tre spinte, si era lasciato ricadere. Un vero urlo di trionfo levarono quei monelli vedendolo scendere, perché non sapevano tollerare quel misantropo decenne, che non rideva e non partecipava mai ai loro chiassi, quasi ne sentisse un profondo disprezzo: e i motteggi, spinti sino a gettargli manate di sabbia e di terra sul viso, furono infiniti. Egli non si stizzì: con una scrollata di spalle si liberò dalla terra che gli avevano lanciato, e afferrandosi poscia di nuovo alla cuccagna, liscia e lucente come un ago, in pochi secondi ne toccò la cima. Non un sorriso sardonico, non una parola di scherno, ebbe per gli sconfitti: ridiscese lentamente, e buttandosi la giacca sulle spalle, se n’andò com’era venuto, lasciando i derisori muti per la vergogna.
Un’altra volta, nei pressi di Cornesega, sbucando improvvisamente sopra uno spiazzo d’erba, trovai Tecla, lunga e distesa sul terreno, coperta da un cumulo di fiori alpini, così che le rimanevano fuori solo la testa e le mani. Seduto sopra una zocca di faggio, Vittore se la stava contemplando.
Non essendosi accorti del mio apparire, mi ritrassi pian piano indietro, desideroso di non turbare la serenità di quell’idillio.
§
L’ottobre intanto era giunto: lo dicevano le schioppettate dei cacciatori, ripetute dagli echi delle trenta caverne Cansigliane; la triplice vetta del Monte Cavallo, brizzolata dalla neve; i lembi de’ pascoli fatti terrei dalle foglie secche dei faggi; gli scatolai che rimettevano nelle fessure delle loro capanne i muschi, per premunirsi contro il freddo della vernata; le mandre che ad una ad una scendevano alla pianura, o la cucina del vecchio palazzo diventata la predilezione di noi tutti, perché vicino a un fuoco allegro e ben nutrito, ci si asciugava i panni ammollati dalla nebbia.
Una mattina Vittore entrò con i soliti suoi tre soldi per il pane. Se lo si fosse trovato per via senza testa, non saremmo usciti in una diversa esclamazione di meraviglia vedendolo solo:
- E Tecla? - domandammo ad una voce.
- Sta male, - rispose Vittore seccamente.
Le mille domande con cui ognuno di noi si affrettò a tempestarlo, menarono alla conclusione che Tecla non mangiava da due giorni e aveva la febbre.
Un tetto di frasche e di legna, tenute insieme da vincigli e da sassi, sotto la quale un po' di paglia secca per giaciglio, una cassa rozza e una sporca lampada ad olio, costituiva la baita, nella quale trovai Tecla, la mattina dopo, quando accompagnato dal medico di Tambre, mi recai nella valle dell’Orc. la madre sull’uscio, con un ago da materasso, cuciva insieme brandelli di giacca, di grembiule, di camicia, di calzoni, e che so io d’altro, forse per cavarne una coperta. Vittore, al capo opposto del giaciglio dell’ammalata, con le mani inerti sulle ginocchia, la guardava.
Entrammo, curvandosi, per non dare del capo nel culmine del tetto. Tecla con gli occhi striati di sangue, e quasi vitrei, con le guance infuocate e con il respiro affannoso tremava convulsa sotto i pochi cenci che la coprivano.
Ci accolse sibilando un saluto.
Durante la visita del medico, che fatto martello del dito, ne esplorava i visceri, percuotendone le spalle e il petto, ora facendola respirare regolarmente, ora invitandola a contare, Vittore s’era messo a carponi proteso verso il letto. Tenendo il fiato, con le nari dilatate, con le tempie gonfie pel rigurgito del sangue, fisava la fredda fisonomia del dottore. In quel silenzio i battiti del suo cuore pareano rompergli il petto.
La fronte del medico a certo punto si corrugò.
Vittore mandando un gemito sordo si rovesciò all’indietro nell’angolo della baita. Tecla volse il capo e con un sorriso d’ineffabile mestizia, parve ringraziarlo del suo dolore.
Uscimmo. Mentre il dottor Sigismondo appoggiato alla sella della brenna, scriveva una ricetta, io gli chiesi a bassa voce:
- Dunque, dottore?
- Male. Non so se arriva a domani.
- Morirà? – eruppe una voce tremula vicino a noi.
Era Vittore, pallido come uno spettro, con le traccie della disperazione scolpite sul volto senza lagrime.
Non trovando una parola di conforto, accarezzai amorevolmente la sua testina. Il dottore se la cavò con la frase di prammatica:
- Ogni speranza non è perduta. Bisogna vedere stanotte. –
Vittore a capo chino e sospirando rientrava nella baita, mentre noi ci allontanavamo.
§
Due giorni dopo, tra gli alberi si sentivano i timidi sibili dei francolini e le allegre melodie delle fungajole. Di lontano arrivava dai villaggi dell’Alpago l’armonia delle campane nunzie della domenica. Sotto l’impeto delle raffiche cigolavano gli abeti, spandendo nell’aria i loro scoti profumi, e le sonagliere delle mule tintinnavano gaie qua e là per la nera foresta. Un insieme di grida, di ritornelli, di rumori repentini come di alberi croscianti susseguiti da profondi silenzi e scoppi di mortaretti e latrati di cani, segnavano l’alba.
Per mezzo del piano, fra la nebbia, che, densa, preannunziava la serenità della giornata, svanendo col levarsi del sole, - nel grembo di quella vita fervida della natura, piena di palpiti, di aromi, di susurri indicibili, veniva un carbonaio recando sulle spalle robuste una cassa da morto. Un prete e un altro uomo, vestito di nero, lo seguivano in chiacchere a cavallo, soffermandosi quando esso, stanco, deponeva la bara per sedervisi sopra e asciugarsi la fronte madida di sudore.
Un guardiaboschi, che incontrò il funebre corteo nei pressi della Crocetta, riferiva che a breve distanza, dietro il feretro, gli era parso di scorgere Vittore. La moglie di uno scatolaio di Fontanaboi era certa di averlo visto scendere per quelle gronde fatali di Valsalega, dove moriva qualche anno prima sua madre, e ora precedere, ora aspettare, fino a perdita d’occhio, il becchino, dalle cime dei poggi che sfaldano nella valle.
Nel cimitero di Osigo, la mattina seguente, sulla fossa di Tecla si son trovati sparsi alquanti fiori montani e infissa nella terra una rozza croce di legno.
Ma nella baita della valle dell’Orc la vedova Maria è rimasta sola, perché dopo la notte, nella quale aveva vegliata la povera bimba morta, Vittore era scomparso. Nessuno ha più avuto notizia di lui.
Il viaggiatore che ora si rechi in Cansiglio, potrà solo sapere da quella gente che, talvolta, a notte tarda, nei recessi più solitari della selva, gli sposi si lasciano vedere a bracetto e vestiti di bianco per poi perdersi come due nuvolette nell’azzurro del cielo brillantato.
ROBERTO SORAVIA
PUBBLICAZIONE DISPONIBILE NELLA BIBLIOTECA DIGITALE
Vittore
Bozzetto cansigliese di Roberto Soravia (1853-1881), forestale, giornalista e scrittore. Autore della prima monografia sul Cansiglio che conobbe direttamente durante il suo primo incarico nell’Amministrazione forestale. Pubblicato nel 1880 nel giornale locale, La Provincia di Belluno e, l’anno successivo, nel settimanale a diffusione nazionale, l’Illustrazione popolare.
