È indubbio che la foresta del Cansiglio susciti in chiunque la veda un sentimento di meraviglia, e la sensazione di essere di fronte ad un bosco diverso dagli altri. Anche le persone meno sensibili non potranno fare a meno di percepire la bellezza dei grandi faggi che li circondano, la maestosità delle fustaie o dei pochi popolamenti misti di faggio e abete. Ma, contrariamente a quanto qualcuno può pensare, non si tratta di una foresta naturale, bensì di un popolamento che nella sua particolare struttura e aspetto, - è infatti una faggeta quasi pura e coetaneiforme -, sintetizza il tipo di governo e le utilizzazioni che l’hanno interessata, e nel contempo racconta la storia passata, da quando la Serenissima Repubblica di Venezia ne ha fatto una sua proprietà, protetta e regolamentata e al tempo stesso accuratamente gestita.

Grazie ad una gestione attenta e pignola i Veneziani hanno potuto ricavarne per secoli i remi per le galere, che dovevano essere lunghi da 13 a 17 metri, un unico pezzo di fibra ottima, mantenendo il bosco a fustaia e realizzando probabilmente il primo esempio di assestamento e selvicoltura in Europa e nel mondo. È grazie alla oculata gestione della Serenissima, motivata dalla necessità di ricavare legname da opera con determinate caratteristiche, che la foresta del Cansiglio è stata governata ad alto fusto, a differenza di gran parte degli altri boschi di faggio presto trasformati in boschi cedui per poter ricavare legna da ardere. Nel suo essere fustaia vediamo quindi un modello simile a quelli naturali, dove non esiste il bosco ceduo che è una forma di governo favorita e diffusa dall’uomo, mentre in natura i boschi sono sempre originati da seme ad eccezione di pochi casi dove sono stati colpiti da eventi eccezionali come frane, valanghe, tempeste di vento. Nella struttura coetaneiforme, con faggi che hanno spesso la stessa età, e monospecifica, composti cioè da una sola specie, vediamo invece la testimonianza di un tipo di utilizzo molto poco naturale, che ha sempre favorito una sola essenza ed effettuato tagli molto simili a quelli che in selvicoltura vengono denominati “tagli successivi a strisce o prese”. Non possiamo essere certi del periodo a cui si riferiscono questo tipo di tagli, perché possiamo immaginare che all’inizio i Veneziani effettuassero un tipo di prelievo che oggi chiamiamo taglio saltuario per piede d’albero, o taglio a scelta o ancora taglio cadorino, come veniva fatto nei boschi di conifere da loro gestiti. Ma possiamo però verificare dai vecchi piani di assestamento che almeno a partire dal Regno d’Italia, quando il Cansiglio divenne foresta demaniale inalienabile, il tipo di taglio fu quasi sicuramente a strisce, o per tagli successivi, che hanno portato alla struttura coetaneiforme e poco naturale che vediamo oggi.

Nei boschi di conifere, un tempo soggetti a Venezia, si può vedere la traccia di un utilizzo molto attento, indirizzato ad ottenere tronchi di altezza e diametro considerevoli in modo da ricavarne alberi maestri o pennoni per le vele, come nelle foreste di Somadida o in Val Visdende, dove interi costoni portano ancora il nome di Costa dei Pennoni o val delle Antenne. In queste foreste veniva praticato, come accennato sopra, il taglio saltuario o per piede d'albero, che prevede di asportare alcune piante mature scegliendole in modo puntuale in base al loro stato di salute, età, distribuzione spaziale, così da poter avere sempre gli assortimenti desiderati conservando al tempo stesso la struttura e funzionalità del popolamento forestale.

Non possiamo approfondire qui tutto quello che accade nei vari secoli o decenni, oggetto di studio di grandi forestali come Adolfo di Bérenger, ma fare almeno qualche breve riflessione su quella che è stata la storia della selvicoltura in Italia nell’ultimo secolo, e su quello che sta accadendo oggi.

Dai piani di assestamento e dalla ricca documentazione che caratterizza l’ambito forestale del Novecento, quando il legno rappresentava una voce importante nell’economia del Paese e la legna da ardere una necessità diffusa per la produzione di energia, riscaldamento e cottura dei cibi, si evince che dovunque si operava in modo da ricavare dal bosco il massimo profitto, seguendo indicazioni tendenti a massimizzare i prelievi riducendo il più possibile i costi, secondo quella che possiamo definire selvicoltura produttivistica. Era quindi diffuso il taglio raso, almeno per strisce o buche, l’asportazione massiva della biomassa e spesso il reimpianto artificiale utilizzando piantine che in montagna erano quasi sempre di abete rosso, nelle pedemontane di pino nero, coltivate nei molti vivai forestali. In questi decenni tutti i boschi di latifoglie sono stati intensamente sfruttati a ceduo, ad eccezione di pochissimi casi come la foresta del Cansiglio che per la sua bellezza ed età è stata da subito protetta e preservata, seppur con modalità poco naturali ma che ne hanno consentito il perpetuarsi come fustaia. I boschi di conifere erano ugualmente utilizzati intensamente, favorendo dove possibile l’abete rosso che fu anche la specie più utilizzata nel dopoguerra per ricostituire migliaia di ettari di superfici forestali, distrutti dagli eventi bellici e dai tagli. Vi sono molte testimonianze, anche fotografiche, di come a metà del XIX secolo in molte zone i boschi fossero completamente distrutti da tagli eccessivi: in Agordino per esempio le miniere di Valle Imperina richiedevano enormi quantità di legna per i forni fusori, così che le pendici attorno ad Agordo erano completamente disboscate, mentre nell’Altopiano di Asiago l’uso del faggio a ceduo era stato sempre così massiccio, soprattutto per approvvigionare di carbone le città, che i boschi erano depauperati e tutti giovanissimi, e già un secolo prima i “cimbri” erano andati a cercare risorse in Carnia e in Cansiglio.

Negli anni ottanta grazie alle nuove conoscenze, alla diffusione dei principi dell’ecologia e anche ai movimenti ambientalisti, e grazie all’insegnamento di forestali illuminati come di Bérenger, Pavari, Susmel, Clauser, Daioz, per citarne solo alcuni, la selvicoltura abbandonò gradualmente l’impostazione prettamente produttivistica che l’aveva caratterizzata, per seguire invece nuove istanze che riconoscevano sempre più il valore ecosistemico delle foreste e la necessità di preservare al meglio la loro complessità e biodiversità. Questo anche alla luce di interventi eseguiti in passato con il fine di rendere più remunerativi i comprensori forestali che avevano dato invece risultati assolutamente negativi, come nelle estese piantagioni di pino nero realizzate in Austria, dove massicci attacchi di processionaria avevano distrutto completamente migliaia di ettari. Lo stesso risultato si è ben visto anche nelle nostre pedemontane rimboschite negli anni del dopoguerra con il pino nero e ugualmente invase dalla processionaria, che le sta distruggendo completamente creando anche problemi per la frequentazione umana. In tutte queste aree stanno gradualmente tornando le essenze locali e adatte a quel determinato clima e terreno, come carpino nero, orniello, roverella. Il caso dell'abete rosso, emerso chiaramente con la tempesta Vaia e successivamente con gli attacchi del bostrico, è un altro chiaro esempio di come popolamenti artificiali o quasi, caratterizzati dalla presenza di una sola specie e da struttura coetaneiforme, utili ai fini economici perché ottimizzano il lavoro e abbassano i costi di esbosco, si rivelano nel tempo negativi. Questi popolamenti sono infatti più fragili e soggetti sia agli schianti che agli attacchi di parassiti.

All'evidenza della fragilità di questo tipo di impianti si è aggiunta la consapevolezza dell'importanza del bosco anche per tutti gli altri servizi ecosistemici che fornisce, che sono andati via via aumentando negli anni: alla funzione di protezione da frane e valanghe e alla funzione idrogeologica da sempre conosciute, si sono aggiunte la capacità di assorbimento di CO2 del bosco, il ruolo fondamentale nella mitigazione del clima, la funzione sanitaria e turistico ricreativa, l'importante contributo per la riserva di acqua nel terreno, e, oggi più che mai, il ruolo fondamentale e indispensabile di conservazione della biodiversità. Ecco quindi svilupparsi in Italia la selvicoltura naturalistica che, attenta alle indicazioni della natura, cerca di tradurle in corrette pratiche selvicolturali che portino a prediligere formazioni polispecifiche e disetanee. L’obiettivo è prelevare legname senza alterare la composizione e la struttura del bosco, utilizzando solo una parte dell’incremento e conservando al meglio le fitocenosi nella loro complessità. Da questa nuova filosofia del bosco nascono importanti azioni come la conversione dei cedui in altofusto, o la normalizzazione delle foreste alpine attraverso azioni indirizzate a riportare una certa disetaineità nel popolamento. Quando nel 2012 ho avuto l'incarico di gestire la riserva statale del Cansiglio ho cercato quindi di operare in questo senso, anche rischiando operazioni apparentemente impopolari come il rilascio di piante molto grandi e mature all'interno del popolamento giunto a maturità dove si era soliti effettuare il taglio di sgombro. Secondo la prassi alla fine del ciclo di tagli successivi operato nella faggeta matura e stramatura avrei dovuto mettere in atto un taglio di sgombro di tutte le piante vecchie e grandi rimaste, così da liberare la rinnovazione sottostante ormai affermata e pronta a formare una nuova giovane perticaia. Contrariamente a queste indicazioni e seguendo nuovi modelli e indirizzi più attenti all’ecosistema e alla biodiversità ho invece ritenuto di rilasciare alcune di queste piante stramature, considerate le “nonne“ all’interno del popolamento, pur consapevole che la loro successiva caduta poteva poi comportare la distruzione di piante che nel frattempo erano cresciute. Ma anche questo avrebbe creato varietà, dinamismo e biodiversità favorendo la disetaneizzazione. Inoltre proprio pensando alla biodiversità del popolamento se avessi tagliato le piante più grandi, di 30 o più metri, avrei improvvisamente ridotto lo spazio dell’ecosistema e gli habitat al suo interno ad un’altezza di 10 o 12 metri, perdendo un enorme spazio di vita e migliaia di nicchie ecologiche prima disponibili.

A questi anni di grande fermento forestale sono seguiti, purtroppo, periodi in cui il bosco ha perduto di importanza, il valore del legno è sceso a picco e l'interesse per i boschi, come i relativi finanziamenti, sono andati scemando tanto che in molti casi ci sono state vere e proprie situazioni di abbandono. La situazione è chiaramente esemplificata dalla graduale scomparsa della figura di guardia boschiva dai comuni di montagna, dalla chiusura di stazioni e distretti forestali, e dai sempre minori contributi per le attività forestali. Ma se da un lato questo ha portato a diminuire gli interventi di conversione e ad abbandonare comprensori che non sono più stati seguiti, con sentieri scomparsi, stradine imboscate, diradamenti non più eseguiti, dall'altro ha anche favorito la naturale evoluzione di molte aree forestali verso boschi vetusti, ricchi di piante di grandi dimensioni e di legno morto sia in piedi che a terra.

Dopo questa fase di relativo abbandono nell'ultimo decennio stiamo assistendo ad un rinnovato interesse verso il bosco ed il legno, sia da opera che, soprattutto, da ardere, visto come una nuova opportunità, grazie alla sua inclusione tra le energie rinnovabili e alla proliferazione delle centrali a biomassa legnosa. Queste centrali sono nate ancora anni fa allo scopo di utilizzare gli scarti di segherie e di lavorazione per produrre energia termica, con buoni intenti e risultati, finché erano dimensionate sul territorio e si rifornivano con il materiale di scarto presente (esempio la centrale di Cavalese in Val di Fiemme). Con l'esplosione delle politiche dirette alla mitigazione delle emissioni e all'utilizzo di energie rinnovabili, legate poi all'erogazione di incentivi per favorirle, le centrali a biomassa hanno avuto un’espansione incontrollata e ne sono sorte ovunque anche in zone dove la materia prima non era poi sufficiente a garantirne il funzionamento negli anni. Con la conseguenza che oggi, in molti casi, il materiale necessario viene portato anche da lontano con i camion, contribuendo ad emissioni per il trasporto che vanificano l'intento iniziale, ma soprattutto le centrali vengono alimentate grazie a taglio dei boschi in piedi, soprattutto cedui ma non solo, con una forte ripresa di questi tagli anche in zone che da tempo erano state abbandonate. Il nuovo interesse verso il bosco e la legna da ardere è alimentato dai cospicui incentivi che vengono attualmente dati alle centrali a biomassa, con conseguenti truffe e tagli abusivi, fino alla nuova pratica di incendi dolosi che vengono provocati allo scopo di recuperare poi materiale per le suddette centrali, come avviene spesso in Calabria, ma non solo. Ecco quindi che viene dato fuoco al bosco e dopo lo spegnimento si vanno a recuperare tutti i residui legnosi rimasti, che vengono pagati dalla centrale a biomassa più vicina con l’erogazione di incentivi cospicui nel caso sia posta a meno di 30 km, provvedendo nel contempo a rimboschire l’area grazie ad altri contributi erogati all’uopo.

In questi ultimi anni poi anche il comparto del legno da opera sta subendo delle importanti innovazioni, con una riscoperta positiva del legno come materiale da opera, ma al contempo con un cambiamento nel metodo di esbosco e utilizzazione che sta avendo un impatto pesante sui popolamenti più belli ed evoluti, dove si può ricavare legno di buona qualità. Il problema oggi è infatti la meccanizzazione degli interventi con l'arrivo e l'utilizzo degli harvester e dei forwarder, macchine utilissime per esboscare zone oggetto di schianti e distruzioni, come le aree interessate dalla tempesta Vaia, ma deleterie se usate per tagliare ed esboscare nei boschi in piedi, eseguendo i lotti ordinari, poiché presuppongono di realizzare delle strisce a raso in modo da permettere l’accesso a queste grandi macchine e l’esbosco di grandi quantità di legname. La martellata, cioè l’assegno al taglio, non è più fatta in base alle esigenze delle piante e dell'ecosistema bosco, ma è funzionale ai mezzi che devono operare, che hanno una produttività altissima. Si pensi che un harvester può allestire in un giorno fino a 200 mc di legname, mentre due o tre boscaioli ne possono preparare al massimo 20 mc. Allo stesso tempo i forwarder riescono a prelevare i tronchi preparati sul terreno anche dove vi sono pendenze elevate, ma distruggono il terreno e la sua biodiversità anche per la profondità di un metro, lasciando un ambiente devastato.

Tutte queste considerazioni, e molte altre ce ne sarebbero, ci fanno comprendere come da una selvicoltura naturalistica, che ancora vorrebbe professarvi tale, si sta passando ad una selvicoltura produttivistica peggiore ancora che nel passato, poiché supportata da mezzi meccanici molto più impattanti e da logiche di mercato che rendono alberi e boschi una merce come tante, perdendo il valore del popolamento e dell’ecosistema e anche delle singole piante, anche quando sono secolari o di grandi dimensioni.

Meccanizzazione estrema, mercificazione del bosco, politiche energetiche che dietro l'apparente beneficio per l'ambiente nascondono spesso altri interessi e logiche di profitto legato agli incentivi sottesi, stanno mettendo a rischio oggi i nostri popolamenti, proprio nel momento in cui è riconosciuto da tutti il loro indispensabile ruolo per il futuro del pianeta. Tutto questo in un momento di grande fragilità dei popolamenti forestali di tutto il mondo a causa del riscaldamento globale.

Per ora il Cansiglio, almeno nella parte gestita dallo Stato, sfugge a questo tipo di logiche grazie al suo status di protezione, ma non dappertutto è cosi e anche nella parte affidata alla gestione regionale vi sono aspetti controversi riguardo la sua gestione, come l’eccessivo prelievo o l'abbattimento dell'abete bianco ormai presente solo in alcune aree e sempre più raro.

Paola Favero

Scrittrice di montagne e boschi, in passato nel CFS e Carabinieri per la Tutela della Biodiversità di Vittorio Veneto ha gestito riserve naturali in Cansiglio e in Cadore